
Errare humanum est, perseverare autem diabolicum
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TOTEM O TABU’ Chiesa degli ultimi tempi e dell’Agenda satanica di quelli di Davos
04/10/2025PSICOLOGIA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE PERDITA DELLA LIBERTA’ E INSOSTITUIBILITA’ DEL FATTORE UMANO
Clara Emanuela Curtotti
“Il punto non è se sei paranoico. Lenny,
insomma il punto è se sei abbastanza paranoico”
Strange Day
Pochi anni fa, nel 2021, è stato pubblicato un articolo che, col senno di poi, si è rivelato di enorme interesse per il suo valore predittivo. Il lavoro è comparso sul sito del Word Economic Forum a firma di John Michael Innes, Professore associato dell’Università dell’Australia Meridionale e Ben W. Morrison, Docente di Psicologia Organizzativa presso la Macquarie University ed è intitolato: “Le macchine possono svolgere la maggior parte del lavoro di uno psicologo, il settore deve prepararsi alla trasformazione”. La traduzione italiana è reperibile sul sito di Frontiere con la seguente premessa esplicativa: “I documenti del World Economic Forum hanno certamente un pregio: le tesi sono chiare ed espresse in modo disinibito. In questo articolo ci si spinge in territori inesplorati anche all’interno della distopia progettata per la popolazione mondiale. L’idea è quella di curare chi ha bisogno di aiuto psicologico non attraverso il contatto umano ma attraverso l’uso di una tecnologia che sia “efficace, affidabile ed economica”.
Tra le altre riflessioni presenti nell’articolo una in particolare merita oggi di essere ricordata: il regime pandemico ha dato un forte impulso all’implementazione delle AI nel settore sanitario; gli autori concludono con una forte esortazione, diretta ai professionisti del settore, di prendere in seria considerazione l’importanza di tali sviluppi.
Oggi nel 2025, a distanza di tempo, non si può certo dire che i due professori non abbiano efficacemente anticipato, a dire il vero quasi come la cronaca di una morte annunciata, il corso che avrebbero preso gli eventi. Nella fase attuale infatti, ci troviamo a fare i conti con l’utilizzo esponenziale e a tratti selvaggio delle AI nel mondo sia della medicina che della psicologia, fattore questo che sta rapidamente modificando con risvolti imprevedibili la qualità della relazione di cura tra professionista e paziente; alcuni “effetti collaterali” sono con evidenza già sotto gli occhi di tutti noi. Solo a titolo informativo e per dovere di cronaca ci sembra doveroso qui menzionare una piattaforma nata di recente che offre Terapia con AI a 19€ a settimana (https://therapeak.online/it?quiz=258011&question=0).
Si potrebbe pensare che si tratti d’iniziative e progetti marginali e improvvisati, non destinati ad avere una vera diffusione. Purtroppo non è così e a sostegno di questa tesi va citato un articolo recentemente apparso sulla più prestigiosa rivista di medicina, il New England Journal of Medicine.
È stato “…condotto uno studio nazionale randomizzato controllato su adulti (N=210) con sintomi clinicamente significativi di disturbo depressivo maggiore (MDD), disturbo d’ansia generalizzato (GAD) o clinicamente ad alto rischio di disturbi dell’alimentazione (CHR-FED). I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a un intervento Therabot di 4 settimane (N=106) o a un controllo della lista d’attesa (WLC; N=104).”
Le conclusioni dicono che “questo è il primo RCT che dimostra l’efficacia di un chatbot terapeutico completamente Gen-AI per il trattamento dei sintomi di salute mentale a livello clinico. I risultati sono stati promettenti per i sintomi di MDD, GAD e CHR-FED. Therabot è stato ben utilizzato e ha ricevuto valutazioni elevate da parte degli utenti. I chatbot Gen-AI ottimizzati offrono un approccio fattibile per fornire interventi personalizzati di salute mentale su larga scala, sebbene siano necessarie ulteriori ricerche con campioni clinici più ampi per confermarne l’efficacia e la generalizzabilità.”
Il futuro è ora: nel giro di soli quattro anni si è passati dal solito proclama delirante sul sito del WEF a un articolo “scientifico” sulla più accreditata rivista internazionale di medicina. Si tratta del tipico esempio di Evidence Based Medicine dove frequentemente vengono presentate come suffragate dall’esperienza, perciò “assiomaticamente vere”, tesi bizzarre e palesemente assurde. È riducibile a queste categorie semplificate l’esperienza e la cura della sofferenza mentale?
Come viene attualmente utilizzata l’AI nelle relazioni di aiuto?
lo stato dell’arte E ALCUNE ricerche
L’intelligenza artificiale è una tecnologia informatica raffinata che si occupa della formalizzazione di problemi e delle procedure di soluzione dei medesimi. Possiamo definire l’AI come il processo attraverso cui le macchine e i sistemi informatici “simulano” i processi dell’intelligenza umana. è bene partire subito da un assunto di base: si tratta appunto di “simulazione” dell’intelligenza umana e giammai tale processo potrà essere assimilato a essa, questo sia per la complessità multifattoriale di quest’ultima, sia per il fatto che le AI potranno sempre e solo imitare processi cognitivi ma mai “incarnare” quelli emotivi. Questo anche se l’accumulo dei dati necessari e l’apprendimento dei processi fosse per assurdo totale e completo. Chi scrive considera poi assolutamente fantascientifica l’ipotesi, che taluni trans-umanisti prospettano entusiasticamente insieme a progetti d’ibridazione uomo-macchina, che per le AI sia possibile il verificarsi dell’emersione del fenomeno “coscienza” così come lo conosciamo per la specie del sapiens. L’AI può dunque solo rendere le macchine in grado di compiere azioni e “ragionamenti” complessi, imparare dagli errori e svolgere funzioni fino ad oggi esclusive dell’intelligenza umana ma mai essere in grado di provare emozioni e sentimenti oppure sperimentare forme di consapevolezza proprie della nostra specie tali da renderle realmente competenti nel sostituirci davvero in qualsivoglia attività. I sistemi di IA funzionano grazie al fatto che riescono a elaborare enormi quantità di dati; in questo modo vengono anche creati modelli previsionali e questo processo consente a un chatbot di produrre scambi d’informazioni “realistici” con un utente che ad esempio potrebbe essere il cliente di uno psicologo. Le applicazioni dell’intelligenza artificiale sono oggi assai numerose e pervasive e spaziano dall’utilizzo degli assistenti virtuali come Siri, Alexa, Google Assistant alla traduzione automatica come Google Translate fino ai Chatbot. Sempre più aziende in ogni settore, quindi anche quello di cura, utilizzano chatbot per il customer service, fornendo assistenza e risposte a domande frequenti.
Nel settore sanitario e in particolare quando esse vengono applicate alla Psicologia, le AI sono usate per la diagnosi e per fornire supporto personalizzato. Un importante studio condotto nel 2018 e pubblicato sulla rivista “Nature” ha “dimostrato” l’efficacia dell’IA nella diagnosi della depressione. Gli scienziati hanno sviluppato un algoritmo basato sul machine learning che ha analizzato i post su Instagram di un gruppo di pazienti con depressione e un gruppo di controllo. L’algoritmo ha “dimostrato” una precisione dell’80% nel riconoscere i pazienti depressi. Uno studio pubblicato invece sulla rivista “JAMA Psychiatry” nel 2017 ha esaminato l’efficacia dell’IA nella personalizzazione della terapia per il disturbo da stress post-traumatico (PTSD). I risultati hanno mostrato che i pazienti che hanno seguito la terapia personalizzata hanno avuto un miglioramento significativo dei sintomi rispetto al gruppo di controllo.
Infine uno studio pubblicato su “The Lancet” nel 2020 ha esaminato l’efficacia di un chatbot terapeutico nell’affrontare l’ansia e la depressione. I partecipanti allo studio hanno interagito con il chatbot per otto settimane, seguendo un programma di terapia cognitivo-comportamentale. I risultati hanno mostrato che il gruppo che ha utilizzato il chatbot ha avuto una significativa riduzione dei sintomi rispetto al gruppo di controllo.
La pervasività delle AI in quasi tutte le attività umane va dunque considerata come dato assodato. Spesso nelle peggiori fantasie complottiste e paranoiche, come in uno scenario distopico degno di un film di fantascienza, vengono prospettate realtà future in cui saremo sostituiti integralmente nelle nostre attività dalle AI.
Allora la Psicologia, così come la conosciamo, diventerà obsoleta?
Resta vero che oggi l’Intelligenza Artificiale viene sempre più utilizzata per la Psicologia, soprattutto nell’ambito di quella a indirizzo cognitivo-comportamentale e non sarà un caso che la psicologia di matrice più umanistico-filosofica sia invece tagliata fuori da questi nuovi sviluppi, oltre a scomparire progressivamente dall’iter di formazione universitario. Protocolli e procedure comportamentali nella relazione di cura sono più facilmente replicabili infatti rispetto a categorie come l’empatia e la capacità di mettere in ballo se stessi tipiche dei caregiver a formazione umanistico-filosofica. In compenso l’utilizzo della farmacologia per ogni patologia conseguente al fiorire d’inedite fantasiose diagnosi come ad esempio l’ecoansia, guadagna nuovi territori di conquista per la cura dell’umano, laddove un tempo il dialogo socratico e la relazione con il terapeuta erano considerati fattori determinanti.
Privacy della relazione, bias nell’utilizzo delle AI, dipendenza dai chatbot e manipolazione mentale come ultima frontiera
Rispetto la privacy non è necessario dire molto in quanto è evidente la violazione dei dati sanitari sensibili dell’utente; si tratta ormai di una prassi sdoganata da tutte le piattaforme in ambito psicologico e questo in barba alla norma-tutela del rispetto della privacy sancita dallo stesso codice deontologico della nostra professione.
Un altro mito metropolitano sulle AI è che esse siano “imparziali”. Tuttavia disponiamo di dati sufficienti a dimostrare il contrario. Ad esempio la presenza di bias è già un problema che si sta evidenziando. I bias sono distorsioni sistematiche nei risultati algoritmici che possono essere influenzate sia da dati e da procedure errate di addestramento che dallo stesso pregiudizio umano. Questo fenomeno determina, anche in ambito psicologico, la presenza di processi di discriminazione assai poco etici nei riguardi sia degli utenti che delle loro credenze. Sono documentati poi esempi clamorosi di vera e propria disinformazione scientifica. Attualmente tali problemi sono ancora aperti e poco discussi ma pare proprio che il fattore collaborazione tra le AI e l’essere umano possa diminuire drasticamente i Bias nelle AI.
L’uomo ancora serve!
Un altro aspetto di preoccupazione crescente riguarda la dipendenza dalle AI. Una recente ricerca conferma che un uso quotidiano, in tutti i tipi di conversazione, sia correlato con una maggiore solitudine, dipendenza e conseguentemente minore socializzazione. Un esempio emblematico di tale rischio si può rintracciare nella notizia di non molto tempo fa relativa ad un uomo belga che si sarebbe suicidato dopo aver sviluppato una dipendenza emotiva da un chatbot. “L’uomo lo avrebbe utilizzato per sfogare le sue preoccupazioni su temi per lui importanti e fonte di ansia, in particolare cambiamento climatico e futuro del pianeta. Dagli stralci delle conversazioni è emerso come, nel corso di poche settimane, il dialogo fosse diventato confuso, delirante e distaccato dalla realtà. Questo chatbot avrebbe addirittura proposto di porre fine alla sua vita come sacrificio per salvare il pianeta; questi dialoghi non hanno fatto che acuire ed estremizzare uno stato mentale “già preoccupante”, come descritto dalla moglie” (chttps://it.euronews.com/next/2023/04/01/discussione-sul-clima-chatbot-spinge-un-uomo-al-suicidio-intelligenza-artificiale-fa-paura).
È quindi ipotesi non peregrina che anche l’utilizzo delle AI in ambito psicologico non faccia altro che avallare e acuire la dipendenza patologica dai chatbot. In relazione a questo aspetto non esiste attualmente nessuna “farmacovigilanza attiva”. Di tale assenza di controllo ci hanno reso già tristemente avvezzi, in epoca pandemica, quando la ratificazione di certe procedure è stata sdoganata in ogni settore.
Infine dobbiamo sottolineare con preoccupazione crescente che dove si sviluppa dipendenza esista anche la possibilità implicita di manipolazione mentale. Sotto questo riguardo non possiamo non prendere seriamente in considerazione la possibilità che le AI e il loro uso pervasivo possano aprire la strada a quella che, a giusta ragione, può essere considerata come l’ultima frontiera della manipolazione mentale.
Quali sono i dilemmi morali di cui prendere coscienza
Cosa cambia davvero con l’Ai nella professione psicologica?
La delega della cura del paziente a un interlocutore non umano può avere conseguenze sull’ auto-determinazione sia del professionista che del cliente, con conseguente diminuzione della sua libertà?
La delega delle funzioni di pensiero può atrofizzare le funzioni cognitive?
Si perderà quello che James Hillman in un famoso libro definiva “il piacere di pensare”?
Il fattore libidico, che pure ha tanta parte nella relazione, come Freud ci ha insegnato, che fine farà?
Nonostante i progressi significativi, l’uso dell’intelligenza artificiale in psicologia solleva quindi numerosi dilemmi morali e pone sfide di non facile soluzione sul piano etico e deontologico ma la questione centrale non è se l’AI possa sostituire lo psicologo, ma piuttosto quale posto sia ancora riservato al fattore umano nella relazione di cura.
Inoltre dobbiamo chiederci, è possibile una relazione di cura che non contempli il fattore umano? Ricordate l’esperimento di Harlow sulle scimmie, condotto negli anni ’50, il quale aveva studiato il legame di attaccamento madre-figlio e dimostrato che il contatto fisico e il conforto, forniti dalla madre di pezza, erano più importanti del nutrimento, fornito dalla madre di fil di ferro con il biberon, per lo sviluppo psicologico dei cuccioli di scimmia? Lo stesso si può affermare per la specie uomo: serve il calore emotivo del fattore umano perché una relazione di accudimento possa funzionare. Sappiamo con certezza poi come anche il pensiero, W. Bion docet, nasca nell’ambito della relazione; solo nella relazione concreta e umana con lo Psicologo, attraverso il dialogo e il confronto con l’altro, si può promuovere lo sviluppo delle funzioni metacognitive che presiedono a un processo di “guarigione”. Uno studio recentissimo e molto interessante ha poi anche evidenziato il fenomeno dell’accumulo del debito cognitivo, dimostrando che più consistente è il supporto digitale utilizzato per la scrittura, più si riduce l’ampiezza dell’attività del cervello implicata. Ergo, più utilizziamo le AI meno attiviamo e sviluppiamo le nostre funzioni cognitive.
Dobbiamo infine chiederci: come mai oggi si preferisca affidare la propria vita a un chatbot piuttosto che a uno Psicologo? Si tratta di sfiducia acquisita in questo tipo di relazione oppure avere a che fare con un AI è meno vincolante sul piano narcisistico e identitario? Non siamo di fronte all’ennesima conferma della grande fragilità che l’essere umano sta via via sempre più manifestando nella relazione con l’altro da sé, tanto da scegliere sempre più la solitudine digitale alla relazione viva con un altro perché avvertita come davvero minacciosa?
Solitudine e demenza digitale, accumulo del debito cognitivo, perdita della libertà e del diritto alla libera autodeterminazione e manipolazione mentale, tutto questo e molto altro saranno le vere emergenze a cui fare fronte nel giro di una sola generazione ma, ciononostante, si vogliono sottolineare a tutti i costi i risvolti positivi, soprattutto economici, nell’utilizzo delle AI per la Psicologia del futuro.
Concludendo: è soprattutto l’empatia il fattore determinate nella relazione di cura. Essa non può essere neanche simulata da un AI ma deve essere concreta e reale per poter davvero funzionare. Sotto questo riguardo, rimando il lettore allo straordinario libro di Edith Stein, “Il problema dell’empatia”.
SITOGRAFIA
https://ai.nejm.org/doi/full/10.1056/AIoa2400802
https://therapeak.online/it?quiz=258011&question=0
https://frontiere.me/il-grande-reset-in-pillole-3-lintelligenza-artificiale
https://www.noemahr.com/bias-di-conferma-la-lente-distorta-sullia

