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18/12/2023Le proiezioni della morte negata, il dibattito in sala e l’elaborazione collettiva del lutto
“Al tramonto della nostra vita saremo giudicati sull’amore”
San Giovanni della Croce
Dalla prima proiezione del docufilm “La morte negata” di Alessandro Amori, avvenuta il 27 ottobre a Udine, si sono susseguite già numerose proiezioni in varie città italiane. Prodotto da Playmastermovie, viene offerto in forma totalmente gratuita alle associazioni o enti che vogliano proiettarlo nel territorio per diffonderne il messaggio. Il tema centrale proposto è quello dell’elaborazione di un lutto “negato”, traumatico e ignorato dalle Istituzioni e per questo maggiormente doloroso sia sul piano individuale, quello dei familiari coinvolti, che su quello ben più ampio della rete di relazioni e del contesto in cui si colloca. Nato da un progetto del Comitato Nazionale Psicologi Edsu, il quale assiste gratuitamente i familiari delle vittime Covid che hanno collaborato attivamente con le loro sofferte testimonianze, il docufilm sta portando nelle sale di tutt’Italia quello che potremmo definire come un nuovo seme di consapevolezza. Solitamente il cinema è un potente mezzo di comunicazione e, quando assume particolari istanze di carattere sociale come queste, mette in moto processi dinamici, consci ed inconsci, di elaborazione della narrazione proposta. Il film, definito da molti come un “pugno allo stomaco”, sta pertanto attivando sistematicamente in sala un dibattito molto partecipato, non alieno da interventi emotivamente forti, talvolta connotati anche da rabbia e polemica e non lascia nessuno degli astanti indifferenti a quanto viene proiettato sugli schermi. “La morte negata” è davvero “opera aperta”, per dirla con Umberto Eco, che aspetta di essere completata attraverso l’intervento attivo di chi la guarda e, una volta affidata alle sale, sta prendendo una sua strada propria e acquistando senso attraverso il fenomeno dell’elaborazione collettiva. Quello che sta avvenendo attraverso la parola, il dibattito, la condivisione emotiva e la presenza fisica d’interlocutori in carne ed ossa con cui poter concretamente interagire si spera favorisca la “rianimazione” di una coscienza sociale ancora “addormentata e sedata”.
Come psicologa impegnata nel progetto se da un lato osservo con riconoscenza i buoni frutti che il docufilm sta già producendo, dall’altro mi interrogo criticamente su quanto avviene nel contesto sociale e culturale del nostro paese. Ecco le mie riflessioni, non esaustive, che propongo ai lettori solo come spunto ulteriore di elaborazione:
- In primis le conseguenze della pandemia e della sua gestione stanno sempre più manifestando il loro lato oscuro e doloroso, non solo nei corpi feriti dei danneggiati da vaccino ma soprattutto nella psiche della gente che porta le conseguenze di una frantumazione delle coscienze che sperimentano una forte divisione interna tra la verità anche questa “negata” dalla logica della menzogna imperante e la narrazione ufficiale, pilotata e propagandistica;
- Si registra un indebolimento del “sistema psichico immunitario” sia degli individui che dei gruppi, la cui integrità si renderebbe invece necessaria soprattutto in storiche circostanze straordinarie come queste per fronteggiare il “virus” della paura costante e del senso di precarietà emergenziale e cronico promosso scientemente da tutte le agenzie;
- La ferita collettiva prodotta in pandemia nel tessuto sociale e simbolico della comunità chiede ora a gran voce di essere presa in carico e curata, con il riconoscimento del danno subito ed il suo risarcimento morale;
- La narrazione dei media ufficiali, che sappiamo non contemplare nessuno spazio per tali realtà, si allontana sempre più, direi in forma quasi paradossale, dalla verità incarnata da una parte della popolazione che si percepisce ferita, tradita, abbandonata e anche vilipesa;
- La Psicologia ufficiale, nei suoi organi di rappresentanza, continua a tacere “rumorosamente”. Certi silenzi assordanti fanno più chiasso di altri perché nascono dalla totale assenza di quelle parole necessarie e dovute di riconoscimento, empaticamente compassionevoli e riparative. Non solo la denuncia delle morti indegne e dei defunti restituiti nel sacco nero ma soprattutto la possibilità di parlarne e di elaborarne le conseguenze sarebbe invece compito etico e deontologico della Psicologia.
- Il sistema sanitario nazionale conferma imperterrito la direzione maligna già intrapresa da tempo di “espropriazione della salute”, per dirla con Ivan Illich, e di medicalizzazione estrema sia delle pratiche legate all’inizio vita che alla sua fine. Questo, in nome di un bene superiore assiomatico ed indiscutibile, detenuto da una ristretta élite sovranazionale.
Quale il ruolo di noi psicologi ”non allineati” con le nostre Istituzioni di rappresentanza in questo contesto? Siamo qui a testimoniare l’etica di quella Psicologia che non ha dimenticato la sua missione empatica di sostegno e accompagnamento nell’elaborazione del dolore, della malattia e della morte, tutte cose che sono state violentemente estromesse dall’esperienza quotidiana del nostro mondo negli ultimi tempi.
Uno speciale grazie ad Alessandro Amori che ha creduto in questo progetto del Comitato Nazionale Psicologi, ad Antonio Bilo Cannella che ha incarnato magistralmente il suolo delle anime dei trapassati ma soprattutto un grazie sentito e di cuore a persone come
Saviana Colazza, Andrea Maglie, Teresa Ottaiano, Milena Pierasanti, Mauro Masé, Manuela Bozzelli, Emiliana Greco, Tatiana Gracceva, Irene Follador, Sabrina Gualini, Elvio Ciferri, Daniela Pizzolla, Simonetta Filippini e Silvana Bonanni, cioè i familiari delle vittime che con grande sforzo si sono esposti per la realizzazione del docufilm e si stanno esponendo con le loro sentite testimonianze anche nelle sale. Hanno accettato di mettere a nudo le loro sofferenze in una logica non solo di denuncia della verità ma del dono generoso di sé stessi per la causa del vero bene collettivo.
Perché solo la logica del dono amorevole ci salverà in questo nostro mondo ormai al tramonto, un mondo mercificato e del consumo, che tende drammaticamente ad azzerare nelle nostre vite proprio quell’ineliminabile “fattore umano” senza il quale nessuna vita autentica può essere davvero vissuta.
Bibliografia
• Opera aperta. Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee, Umberto Eco, Bompiani 2000
• Nemesi Medica - L'Espropriazione della Salute La paradossale nocività di un sistema medico che non conosce limiti, Ivan Illich, Red Edizioni 1991
Clara Emanuela Curtotti


