IL CONTRIBUTO DELLA PSICOLOGIA ALLA QUESTIONE DEL BENE E DEL MALE
11/01/2025
Dal sonno delle coscienze all’incubo del riarmo
27/03/2025La nuova “cultura” della morte di Stato
“La Psicologia, nella consapevolezza della connessione fra i viventi, onora la Vita e si impegna a rispettarla e tutelarla”.(1)
La grande risonanza mediatica relativa all’approvazione della legge regionale toscana per il suicidio assistito, ci impone alcune riflessioni.
Il Comitato Nazionale Psicologi EDSU non entra nel merito del tema complesso della vita e della morte, ma ribadisce e sostiene la sua posizione a favore del diritto di ognuno di poter scegliere liberamente secondo coscienza.
Tuttavia ci chiediamo a cosa sia dovuta tanta solerzia nel rendere possibile il cosiddetto “suicidio assistito” in tempi brevi e a completo carico dello Stato, e come mai non vi sia altrettanta sollecitudine verso coloro che, in condizioni di sofferenza, devono lottare contro un sistema assistenziale e sanitario lento, farraginoso, esoso, inefficiente, restio a erogare le cure che invece potrebbero migliorare la qualità di vita loro e di chi li assiste.
Questa situazione sembra rispondere a uno schema ricorrente: per un problema creato si propone un’unica soluzione possibile, che abitualmente sarebbe stata inaccettabile, per renderla, con passaggi successivi, ammissibile e alla fine auspicabile e normale.
In questo caso specifico la vera urgenza è rispondere ai bisogni di vita delle persone con una Sanità più efficiente e soprattutto di nuovo umana, e non burocratizzare e statalizzare la morte consegnandola ai mercanti di malattia.
Dietro la veste umanitaria della difesa dei diritti civili si celano forse intenti di altro genere? Che succederà se lo Stato trasformerà un’opzione in un’offerta attiva? In Canada, per esempio, le percentuali di suicidio assistito ormai costituiscono il 4,7% di tutti i decessi. Una persona ogni 20 muore così.
Quale sarà il ruolo degli psicologi di fronte alle implicazioni di questa scelta? Dovremo forse prestare la nostra abilità professionale per far superare all’utenza riluttante una possibile “esitazione suicidaria”? Non sarebbe irrealistico, dopo quello che abbiamo visto realizzarsi in tempi recenti, in cui scelte non omologate venivano psichiatrizzate.
Stiamo ripetutamente assistendo al tentativo di interrompere il continuum nascita/vita/morte, un ciclo che fornisce senso e sacralità alla intera esistenza: lo abbiamo visto in pandemia e ancora oggi lo vediamo con i nostri cari defunti chiusi in sacchi neri e privati dei riti funebri; e nuovamente lo vediamo con il tentativo di ridurre il fine vita a una questione di politica sanitaria. La morte è un processo che merita la nostra piena assunzione di responsabilità, e non può essere trasformata nella saga del disimpegno morale, con lo Stato che promuove e il cittadino che firma il consenso.
La Psicologia ha il dovere etico di interrogarsi sul malessere odierno, nato dalla follia istituzionale che investe più nella cultura della morte che della vita. Quante volte il suicidio è un punto di arrivo in un vissuto sociale di solitudine, isolamento, mortificazione e abbandono? E non è la stessa mancanza di amore a privare di senso la vita e la morte?
Ogni vita e ogni esperienza ha un senso, questa cultura che svilisce sia la vita che la morte non ci appartiene e la vediamo ostile all’essenza stessa della nostra umanità. Come Comitato Nazionale Psicologi EDSU mettiamo al centro del nostro interesse l’essere umano, lo consideriamo unità indivisibile di soma e psiche e ne riconosciamo il valore inestimabile e sacro.
Comitato Nazionale Psicologi EDSU
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(1) 3° punto del Manifesto della Psicologia Libera, del Comitato Nazionale Psicologi EDSU

