
La morte negata. Riportiamo il focus sui temi centrali che hanno fondato il progetto
26/02/2024
COMUNICATO
29/05/2024IL BAMBINO DEL XXI SECOLO: SOGGETTO O OGGETTO DELLA SOCIETÀ?
Siamo convinti ed orgogliosi di vivere nell'epoca della difesa dei diritti dell'infanzia, della tutela dei bambini, del rifiuto di ogni forma di schiavitù o sfruttamento. Per la prima volta dopo secoli, forse millenni, i bambini cessano di essere di proprietà di qualcuno, cessano di essere guardati come schiavi da far lavorare o da abusare. Releghiamo queste aberranti eventualità a paesi sottosviluppati e lontani dalla nostra civiltà occidentale, o a qualche orco che verrà presto stanato. Il nostro è un mondo fatto di amore e diritti, in cui il bambino, da oggetto nelle mani dell'adulto, diventa soggetto di fronte alla legge.
Eppure, assistiamo all'aumento del disagio dei giovani, segnalato dall'impennata di accessi ai servizi di salute mentale, dell'uso di psicofarmaci e sostanze stupefacenti utilizzate come ansiolitici e antidepressivi e sempre più precocemente, alla altrettanto precoce crescita degli atteggiamenti sessuali compulsivi che spesso vanno di pari passo ad una crescente fragilità emotiva. Questa cocente contraddizione ci chiede di interrogarci sulla natura e l'origine del disagio di una società intera, ma specialmente su quello dei più piccoli.
Dietro le quinte di questa società, dipinta come paradisiaca, potrebbero permanere ancor più brutali fenomeni antichi di abuso tipici dell'ombra umana? Lo zelo con cui sempre più tentiamo di reprimere quest'ombra, non avrà portato ad arroccarla in luoghi e modi sempre più difficili da riconoscere?
Interrogandoci sulle trame psichiche su cui si regge questa società e su come esse determinino il modellamento dei nostri ragazzi, in quanto futuri adulti da governare, ci poniamo il dubbio se, negli ultimi anni, non si stia assistendo ad un'inversione di rotta, che riporta il bambino, così prezioso, così osannato, ad essere di fatto nuovamente oggetto nelle mani degli adulti.
Dove nascono i bambini?
E' lontana l'epoca in cui ci figuravamo distese di cavoli da cui spuntavano piedini e manine paffute. Eppure, quell'immagine così naïf evocava l'idea di coltivazione e di una cura paziente. Così come l'immaginario arrivo di un fagotto appeso al becco di una cicogna era suggestivo dell'idea di dono e di mistero. Se tanta strada è stata fatta per rendere soggetto il piccolo neonato (ben più di un anonimo ortaggio), ci domandiamo se, al suo affacciarsi su questa vita, sarà accolto tra le braccia nutrici del Desiderio (dei suoi genitori) o del Diritto patrigno (sempre dei suoi genitori) ad avere un figlio.
Che ne è oggi dell'attesa, del dono, della cura, del mistero?
Affermiamo che ogni bambino ha diritto ad avere una famiglia. Affermiamo anche che ogni famiglia ha diritto ad avere un bambino. Ma ad ogni costo?
Mettiamoci nei panni dei bambini: noi adulti accetteremmo di esistere per dare compimento al “diritto” di qualcun altro di averci? Siamo certi che l'accanimento con cui molti di noi cercano di diventare genitori, renda più evoluto il rapporto genitore-figlio rispetto all'epoca in cui la prole serviva a lavorar la terra? Può un bambino oggi essere oggetto del diritto di un adulto? Con l'accanimento e la pretesa che sempre più contraddistinguono la genitorialità, possiamo davvero ancora sostenere che il bambino sia un soggetto libero?
Il paradosso della civiltà odierna: vita assistita o autonomia?
La civiltà è sempre stata portatrice di un disagio per l'individuo e la sintomatologia di un'epoca è proporzionale alle limitazioni imposte per il "bene comune". Le regole sociali fungono da garanzia dell'equilibrio collettivo a parziale detrimento dell'individualismo, segnando tappe e modi di repressione degli istinti, ponendo divieti e prescrivendo comportamenti ammessi nella relazione con l'altro. Oggi la legge affianca alle limitazioni l'imposizione di linee guida riguardanti ogni area di espressione dell'umano. Al grido di: "Nel ventunesimo secolo, questo non può più accadere!" famiglie, educatori e mentori vengono indotti ad elargire insegnamenti sul benessere, la conoscenza di sé, l'espressività emotiva e corporea, imponendo un’unica morale collettiva.
Su tutte troneggia, tra le forme della legge, la prescrizione umanitaria di sostegno compulsivo ad ogni funzione psichica, logica, emotiva e relazionale dell'individuo sin dalla più tenera età: i bambini, rispettando le più moderne indicazioni dell'Unione Europea, vengono "educati" ai più efficienti metodi di studio, a relazionarsi con i pari e i superiori in modo adeguato, ad esprimere le proprie emozioni e le sensazioni del corpo, come se, in assenza di un indottrinamento, loro non fossero dotati di un'innata espressività emotiva e corporea o capaci di adattare la propria natura all'ambiente in modo creativo e unico. Sopra ogni cosa viene negato il loro diritto di espressione, di sperimentazione e, soprattutto, di commettere errore. Così il livello di sicurezza di un bambino si misura con il livello di adesione acritica alle procedure apprese. E la repressione degli istinti, tanto mistificata, si ripresenta sfumata nella forma di un'educazione puntuale degli stessi.
Nelle scuole europee, già da anni, il peso delle social skills è determinante nel definire la buona riuscita del percorso scolastico. Assertività, empatia, resilienza, sono i costrutti a cui ciascun bambino è chiamato a conformarsi. Mentre l'espressione dell'aggressività, della rabbia, dell'eccesso, va bloccata prima ancora di comprenderne il significato.
Vengono forniti tutti i supporti per conformarsi all'ideale dell'epoca e così al bambino, represso e assistito nel divenire ciò che la società vuole, altresì viene chiesto di essere autonomo e resiliente e scegliere chi vuole essere, il tutto sempre più precocemente. Emerge, dunque, un doppio paradosso: la richiesta di autonomia contrapposta al supporto costante, ma - contraddizione ancor più drammatica - la richiesta, camuffata da libertà, di scegliere chi si vuole essere, quando l’identità non può ancora essere definita, perché tale definizione non può prescindere dal confronto, dalla sperimentazione e dall'errore. Questo richiede tempo ed un’autentica libertà.
Se dunque, con un approccio progressista, la società definisce con criteri sempre più stringenti le caratteristiche che si preferiscono nel bambino (in quanto cittadino), dall'altro lato, al bambino è chiesto di esprimersi in una forma predefinita sempre più precocemente.
Bambini performanti. Il nuovo fraseggio della sopravvivenza
Sappiamo bene che non v'è modo migliore di imparare una strada che percorrendola a piedi. Invece, ai nostri bambini e ragazzi oggi chiediamo di raggiungere la meta il più velocemente possibile. Non ci importa che i nostri ragazzi maturino consapevolezza del percorso. La performance, il raggiungimento degli obiettivi, sembra essere la priorità di questa epoca. Nei genitori, e negli insegnanti, cresce l'esigenza di mandare nel mondo bambini performanti, affinché non perdano occasioni di successo percepite come sempre più scarse. Cresce l'idea che solo i migliori avranno un futuro. Per gli altri, si spalanca il portone dell'umanità superflua, non più ammassata su un treno merci, ma ordinatamente ripiegata su se stessa a consumare contenuti virtuali. Il messaggio subliminale sembra essere: siete liberi e godete del massimo livello di diritti. Ora però conformatevi e siate performanti o non avrete un futuro. Vi è massima libertà di sperimentare, ma non v'è più tempo di farlo. Ancora una volta ci chiediamo se questo sia essere soggetti o piuttosto nuovamente oggetti, manovrati con i guanti di velluto, ma pur sempre oggetti che devono comportarsi bene.
Maialini massaggiati per finire sulle tavole migliori.
L'estremo paradosso a cui assistiamo è che, in fondo, la ribellione, oggi, è l'unico sistema di sopravvivenza di ciò che resta della nostra umanità.
La libertà di cui godono i bambini oggi, assomiglia ad una libertà condizionata, ancora una volta, come già nei secoli passati. E ciò avviene perché questa è la stessa libertà di cui godono gli adulti, i loro genitori, i loro insegnanti, i loro governanti.
Alice Carubbi,
Comitato nazionale psicologi EDSU

