
COMUNICATO
29/05/2024
Comunicato sentenza TAR ricorso Nuovo Codice Dentologico
13/06/2024È DAVVERO UNA QUESTIONE DI GENERE?
In questo periodo si fa un gran parlare di “gender” sia in termini espliciti, ad esempio riguardo la
transizione di genere, la carriera alias (in particolare nelle scuole), i bloccanti della pubertà e sia,
in modo molto più subdolo, con l’introduzione nelle scuole di ogni ordine e grado, di iniziative e di
pubblicazioni che presentano la tematica anche ai più piccini, sotto le mentite spoglie
dell’educazione affettiva e sessuale, dell’inclusione e della parità di genere. Questi ultimi
argomenti sono presenti nelle scuole come oggetto di insegnamento da molti anni, senza che mai
si sia avuto nulla da dire, ma oggi qualcosa è cambiato e occorre pronunciarsi, perché non si tratta
più del contributo educativo della scuola, complementare a quello principale, svolto dalla famiglia
e utile a sensibilizzare i giovani su tematiche di interesse collettivo e sociale. Le direttive dell’ OMS
(Standard per l’educazione sessuale in Europa, 2010) considerano i bambini come esseri sessuali
fin dalla nascita e prevedono, con belle parole il cui significato risulta però stravolto, diverse fasi
“educative” scolastiche che, a partire da 0 – 4 anni, insegnino al bambino tutto quello che c’è da
sapere riguardo alla masturbazione, alla consapevolezza della propria identità di genere e dei
propri diritti sessuali, a come nascono i bambini, al coito, all’accettazione delle diverse
provenienze dei figli (adottati, o naturali), al rispetto della parità di genere, ecc. Ci sarebbe da
chiedersi da quale pianeta provengano i bambini da 0 a 4 anni a cui l’OMS si riferisce, dato che sul
pianeta Terra, i bambini di quell’età non hanno ancora sviluppato competenze cognitive che
consentano loro di assimilare queste informazioni e, nel caso in cui si interessino a oggetti
caratteristici del sesso opposto al loro, per esempio indossando accessori di un genitore, non
stanno necessariamente manifestando una “incongruenza” di genere, anche se la cosa si ripete
più volte nell’arco di sei mesi. E’ ormai risaputo che ogni bambino vive le fasi di sviluppo secondo
ritmi e modi propri e che, a sua tutela, lo stimolo deve essere adeguato all’età. Anche per questo
una diagnosi di disforia di genere in questa fascia di età sembra esprimere più una proiezione del
l’ipersessualizzazione degli adulti, che una reale problematica infantile.
Si tratta di una palese forzatura che precocizza le fasi di sviluppo del bambino, violandole con la
scusa di prepararlo per tempo. Se ne anticipano curiosità sensoriali e scoperte di sé e dell’altro
che, se vissute secondo i ritmi naturali, costituiscono aspetti essenziali della sua maturazione
complessiva e gli si attribuisce un concetto adulto di sessualità che, a quell’età, gli è del tutto
estraneo.
Nel contempo, sfruttando il bisogno di appartenenza al gruppo di pari che accompagna la fase
adolescenziale, e interferendo nella ricerca di identità che la caratterizza e che può contemplare
anche una possibile e temporanea oscillazione fra i generi, si indirizzano le nuove generazioni
verso uno specifico modello culturale, creando confusione fra il genere, determinato dalla
biologia e l’orientamento sessuale, che è frutto di una inclinazione individuale, a cui
contribuiscono fattori ambientali, sociali e culturali. Tutto questo non fa che alimentare gli
stereotipi di genere: caricature che abbiamo imparato a conoscere attraverso la pubblicità e che
sono incarnati nella moda e nella musica dagli esponenti di questi mondi, come pure nei canoni
estetici realizzati attraverso la chirurgia e che allontanano sempre più l’umanità dagli archetipi del
maschile e del femminile, ricchi di bellezza e mistero e proprio per questo forieri di ricerca
individuale, di sperimentazione collettiva e di avvicinamento spirituale.
Il fatto che tematiche quali la polarità e l’unione, l’inclusività e la separazione, la sessualità, la
coppia e la parità di genere, la genitorialità, la nascita e la morte, stiano conquistando spazio nella
quotidianità, sembra segnalare la presenza di una spinta che invita l’essere umano a confrontarsi
con nuove esigenze evolutive della coscienza.
L’evoluzione è nell’ordine naturale delle cose e da sempre ci si è trovati a confronto con la
necessità di progredire di fronte alla comparsa di nuove visioni ed esigenze, che solitamente sono
proprio le giovani generazioni a manifestare. Attualmente, in un tempo in cui l’umanità viene
sollecitata a grandi cambiamenti non solo sul piano concreto, ma anche su quello culturale e,
soprattutto, di risveglio delle coscienze, sono invece forze che a vario titolo detengono il potere,
a indirizzare i giovani verso cambiamenti solo apparentemente evolutivi ed inclusivi, come accade
ad esempio anche per l’ecologia, oltre che per la sessualità. Gli interventi palesi di tali forze si
avvalgono di argomenti accattivanti e ampiamente condivisibili che fanno presa sulla popolazione,
mentre simultaneamente operano in modo occulto, per deviare le potenzialità della spinta
evolutiva in direzione opposta, attraverso un riduzionismo sempre più marcato.
Il tema gender sembra essere un esempio calzante di questo meccanismo. Il solo parlarne suscita
reazioni fortemente divisive, che ostacolano il dialogo e rendono difficile comprendere davvero
quali siano le istanze alla sua origine e dunque occorre accantonare qualunque approccio
ideologico e interrogarsi in modo approfondito su quanto stia accadendo ai più giovani e alla
società in generale, riguardo alla sessualità. Essa è una potente energia presente negli esseri
viventi, che nell’ umanità si caratterizza non solo come forza riproduttiva, come è per altre specie,
ma anche e soprattutto come forza creativa. Di certo non è un caso che la vita si manifesti in
seguito all’unione delle polarità maschile e femminile. E, ogni volta che accade, siamo di fronte al
mistero del trascendente e alla meraviglia che esso suscita. E’ forse per questo che in tempi antichi
spettava a sacerdoti e sacerdotesse istruire i giovani sul sesso, sottolineandone così l’aspetto di
sacralità. In tal modo, benché l’incontro sessuale avvenisse attraverso la parte fisica, era chiaro
che riguardava tutti i piani dell’essere, compreso quello spirituale.
Da allora molte cose sono cambiate: in particolare nel corso dell’ultimo secolo, gli esseri umani
hanno sperimentato un benessere economico fatto spesso di superfluo reso necessario e il
progresso ha consentito a molti di essi condizioni di vita migliori e più facili, benché non gratuite.
L’ accesso all’istruzione si è esteso anche alle classi che prima ne erano escluse e, per chiudere il
cerchio, e’ cambiata la qualità del lavoro e, insieme, quella delle relazioni: non più lavoro quale
espressione delle proprie capacità e nel contempo contributo al bene comune, ma vendita del
proprio tempo, della propria formazione e delle proprie risorse al miglior offerente, per poter
acquistare anche quello che in precedenza ciascuno produceva da sé, o magari scambiava.
Vendere il proprio tempo ha comportato conseguenze di cui forse ancora non c’è piena
consapevolezza, ma dobbiamo riflettere sul fatto che per noi il tempo è l’ unità di misura della vita
e venderlo ha di fatto contribuito molto a renderci ricattabili, oltre che a trasformarci da esseri
umani in consumatori. Ad esempio, è diventato automatico delegare ad altri la gestione di molti
aspetti della quotidianità, tra i quali la salute e l’educazione dei propri figli; o perdere la
connessione con la Natura e con i suoi ritmi perché divenuti ormai incompatibili con la frenesia
della vita moderna che, per la maggior parte della giornata, ci vede impegnati fra lavoro e
scadenze sempre più pressanti. E’ diventato normale cercare le soluzioni più rapide ad ogni
problema, anziché quelle più efficaci o più etiche ed ha preso piede una crescente propensione a
privilegiare tutto ciò che riguarda la tecnica, la parcellizzazione, la concretezza e la materia, a
scapito di quello che richiede lentezza, riflessione, visione olistica, introspezione. Questa tendenza
ha pervaso ogni fibra della cultura generale, determinando un nuovo stile di vita in cui per molta
parte di umanità e soprattutto in occidente, è venuto a mancare lo spazio per il Sacro e di
conseguenza viene meno anche la ricerca dell’Uno, della bellezza e della divinità presenti in
ognuno e ovunque. In questo modo il livello di coscienza di molti esseri umani rischia di tornare
agli stadi primitivi precedenti lo sviluppo delle grandi culture, di quei nostri lontani antenati che
ancora erano focalizzati esclusivamente sullo sviluppo del corpo fisico, impegnati ad armonizzarne
funzioni e consapevolezza. “Nell’affermazione del particolare si cerca l’appartenenza perché si è
smarrita l’origine. Nella differenziazione estrema non vi è complementarietà, ma ci si arrocca in
categorie, vedendo gli altri allo stesso modo, come categorie e perciò come possibili, probabili,
nemici”. (G. Capellani, marzo 2024)
La reale sofferenza di chi non si riconosce nel genere con cui è nato richiede e merita massima
delicatezza, comprensione, ascolto e rispetto; né può esserci preclusione alcuna verso i differenti
orientamenti sessuali, quando essi siano rispettosi di sé e dell’altro. Per non parlare della tutela di
ogni minoranza, assolutamente dovuta, come previsto anche dagli artt 2, 3 e 29 della Costituzione.
Ma non è tollerabile che questi disagi e scelte vengano strumentalizzati e si pretenda di
estenderli all’intera popolazione, con particolare accanimento verso i bambini e gli adolescenti. In
nome dell’ inclusione, si vuole modificare il linguaggio e censurare il pensiero che esprime,
adattandoli unicamente alla sensibilità di una minoranza. In quale altro caso la tutela di una
minoranza si è spinta così oltre e cosa differenzia questa da tutte le altre? Per quale ragione, in
nome dello spirito inclusivo si dovrebbe mortificare, o perfino rinnegare, la tradizione che
rappresenta le radici di un popolo? Si può veramente parlare di inclusione in termini così assoluti,
quando per includere qualcuno si escludono palesemente molti altri?
D’altro canto, può il disagio derivante dall’incongruenza di genere essere davvero risolto con un
cambio di sesso sul piano fisico? Davvero c’è chi crede che siano sufficienti operazioni di
addizione o di sottrazione di parti ed organi, per trasformare qualcuno in qualcun altro di genere
opposto?
O che interventi come la somministrazione di terapie ormonali, o di bloccanti della pubertà, siano
delle semplici “sospensioni” e che all’occorrenza lo sviluppo di quell’individuo possa ripartire da
dove si è interrotto?
Non dovrebbe la Psicologia indagare anche il retroterra ambientale, la biografia, le motivazioni che
spingono quell’individuo a non sentirsi bene nel suo corpo, per accertare se la soluzione sia
effettivamente nel processo di transizione, o comunque per integrarlo? Non dovrebbero le
rappresentanze istituzionali degli psicologi richiamare l’attenzione della popolazione sul rischio
che corrono bambini e adolescenti sottoposti a pressioni? E, qualora si affermasse il diritto del
bambino, o dell’adolescente all’autodeterminazione riguardo alla transizione di genere, cosa
impedirebbe che tale supposta maturità consentisse anche di considerarli in grado di “scegliere” di
avere rapporti sessuali con adulti? Non sarebbe dunque questa l’anticamera allo sdoganamento
della pedofilia?
Se la risposta è sì, risulta evidente che l’approccio affermativo è quanto meno insufficiente, come
testimoniato dall’esaustivo rapporto della professoressa Hillary Cass (https://cass.independent-
review.uk/home/publications/final-report/).
“… L’approccio affermativo non indaga e non affronta le tematiche che stanno alla base del
disagio, esso privilegia i bisogni specifici delle persone LGBTQ e si occupa di tutelarle di fronte al
peso delle eventuali ingiustizie sociali, contribuendo a creare una rete sociale di appartenenza e a
ridurre le barriere socio-culturali che limitano il benessere psico-fisico.” (Perez, 2007, Johnson,
2012, Singh & Dickey, 2016)
In questo modo, come è prassi ormai per ogni aspetto della vita, si procede a parcellizzare,
riducendo la sessualità ad una questione di genitalità, l’incongruenza ad una faccenda puramente
biologica che trova soluzione nel cambio (!) di sesso indotto da farmaci, o prodotto da interventi
chirurgici. Nel contempo si nega la naturalezza della polarità maschile/femminile sulla quale si
basa il rinnovarsi della vita, introducendo molteplici altri generi di fatto inesistenti e la sofferenza
si eleva magicamente a “diritto” non solo per l’individuo ad essere ciò che vuole, quando vuole,
per il tempo che vuole, ma anche a che l’intera società lo assecondi e gli si adegui, mentre le
istituzioni occidentali modificano il linguaggio dei popoli per promuovere l’inclusività di genere,
volontariamente incuranti di discriminare nel frattempo tutti coloro che non patiscono quel
disagio.
Luisa Benedetti – Comitato Nazionale Psicologi EDSU




