
Il Comitato Nazionale Psicologi replica alla comunicazione CNOP del 26-12-2024
01/01/2025
La nuova “cultura” della morte di Stato
19/02/2025IL CONTRIBUTO DELLA PSICOLOGIA ALLA QUESTIONE DEL BENE E DEL MALE
LA TRISTE VICENDA DEL CODICE DEONTOLOGICO DEGLI PSICOLOGI ITALIANI
Clara Emanuela Curtotti per il Comitato Nazionale Psicologi
“Mentire continuamente non ha lo scopo di far credere alle persone una bugia, ma di garantire che nessuno creda più in nulla. Un popolo che non sa più distinguere tra verità e menzogna non può distinguere tra bene e male.”
Hannah Arendt
Socrate sosteneva che chi conosce il bene fa il bene ma chi non lo conosce fa il male, poiché ignora il bene. In questa prospettiva il male è solo frutto dell’ignoranza: chi non conosce il bene non potrà compiere che il male. D’altra parte San Paolo di Tarso constatava come, pur volendo egli compiere il bene, attuasse invece il male. Agostino d’Ippona infine ci ammoniva con un insegnamento valido per tutti i tempi e tutti i luoghi: se l’uomo entra dentro sé stesso scoprirà nel suo intimo, trascendendosi, la Verità.
Interrogarsi su “cosa sia bene e cosa sia male”, è fondamento etico imprescindibile e valoriale di senso non solo per tutti i tradizionali settori dell’umana conoscenza, in primis la filosofia, la sociologia, l’antropologia, la religione e la teologia ma più di recente coinvolge in un terreno di dibattito acceso le scienze mediche, le neuroscienze e infine la bioetica. Di conseguenza la Psicologia, intesa come “Scienza della Psiche”, strettamente connessa a tutte le altre umane discipline, non può non confrontarsi con tale paradigmatica questione. Anzi possiamo affermare con sicurezza che proprio la Psicologia stessa debba e non possa esimersi da un’attenta valutazione dei criteri necessari per orientarsi in questo spinoso campo, alla ricerca di fari orientativi che le permettano di validare il suo percorso come disciplina teorica e pratica.
Entrando nei tempi attuali e dopo il transito nell’epoca pandemica, i “dilemmi morali” che si manifestano da sempre nell’esercizio della nostra professione sono diventati oggi ancora più stringenti e pressanti che in passato ed hanno finito con lo spaccare la
comunità professionale tutta su fronti antitetici e divisivi. L’assenza di uno scambio sereno e di una risoluzione dei conflitti “ideologici” impediscono attualmente alla Psicologia di fornire alla società risposte coerenti e utili nell’ottica del servizio. In contemporanea la richiesta di questi stessi servizi psicologici sta aumentando esponenzialmente con il crescere del disagio mentale soprattutto nelle fasce giovanili e in età evolutiva.
DAL TAR AL CONSIGLIO DI STATO: LA STORIA DEL CODICE TRADITO IO C’ERO
In questa cornice interpretativa di senso, chi scrive non vede come accidente casuale il fatto che la Comunità Professionale abbia manifestato tutta la sua conflittualità interna e una profonda sofferenza, proprio in occasione del referendum indetto per l’approvazione del nuovo Codice deontologico degli Psicologi Italiani. Il Codice, sotto un certo riguardo, rappresenta la nostra carta d’Identità poiché veicola l’immagine dello Psicologo nella società e dà chiare indicazioni sul modello culturale ed etico che promuove per la professione. Dunque non si tratta di una questione formale o di poco conto, ma al contrario si configura come evento sostanziale. Il Nuovo Codice Deontologico pertanto, così come proposto nel referendum ed ora rigettato dal Consiglio di Stato, ha rappresentato la punta dell’iceberg di un cambiamento sostanziale del modello culturale della nostra professione, che ha iniziato a palesarsi nel 2017 con il Decreto Lorenzin, il quale ci accorpò a tutte le altre professioni sanitarie.
Nella cronaca dei fatti, vizi sia contenutistici che procedurali hanno costituito la legittima base del ricorso presentato al Tar dai dodici colleghi e poi riproposto da una parte di loro al Consiglio di Stato.
Entrando nel merito, ad un attento raffronto tra vecchia e nuova versione, emergono infatti
cambiamenti contenutistici sostanziali che convalidano ed al tempo stesso sanciscono la demolizione sistematica della nostra professione attraverso il suo progressivo asservimento alle logiche dominanti dei poteri nazionali e sovranazionali:
• i principi etici sono stati stralciati dal corpus degli articoli e raccolti a parte in una “premessa etica” astratta e generica, in tal modo si è depotenziato il Codice nelle sue dimensioni fondanti, separando l’agire dello psicologo dalla sua dimensione etica;
• il diritto all’autodeterminazione, sia per l’esercizio della nostra professione che per la libertà di scelta e di cura di chi a noi si rivolge, è stato sistematicamente indebolito, tanto
attraverso modifiche che introducono recinti metodologici alla pratica professionale, come anche attraverso la sostituzione di termini specifici con altri più vaghi e depotenziati;
• secondo gli estensori della nuova versione, il faro orientativo nella premessa etica, il fondamento dell’etica stessa, sarebbe la “Scienza” ma non certo quella basata sul dubbio metodico e la verifica rigorosa, bensì quella autoreferenziale, che si basa sul principio di autorità della cosiddetta “comunità scientifica”;
• nel nuovo codice, laddove prima si parlava di prestazioni professionali, si parla di “trattamenti sanitari”; questo avviene specificamente nei due articoli che regolano il consenso informato, e cioè il 24 e il 31. Da questa normativa vengono di fatto escluse tutte le prestazioni psicologiche che non possono definirsi sanitarie: psicologia del lavoro, formazione, psicologia scolastica, giuridica eccetera, ma per le quali il vecchio codice ribadiva necessario il consenso informato. Ne consegue che in seguito di questo slittamento di definizione dell’intervento psicologico, le prestazioni non sanitarie sono sottratte al dovere di richiedere un consenso informato dalle persone interessate; mentre gli interventi definiti come trattamenti sanitari ricadono in normative stringenti; l’invio ad altri professionisti (art. 27), dal vecchio al nuovo Codice, è previsto non più “se richiesto” ma “ove necessario”. Ipotesi rafforzata dalla sostituzione del termine “rapporto terapeutico” con “rapporto professionale” e del termine “cura” con il termine “intervento psicologico”, con una direzione che potrebbe andare verso l’erosione degli ambiti e dei confini professionali degli psicologi non psicoterapeuti;
• linguaggio “inclusivo”. Tutto il codice ha subito un restyling “politically correct” che utilizza un linguaggio “inclusivo” relativamente alle differenze di genere. Le parole “sessuate” sono state declinate pedissequamente nei due generi, con in più un uso ridondante del termine “persona” considerato, evidentemente, più “neutro” di termini come soggetto, cliente o utente. In particolare nell’articolo 4, che attiene al principio del rispetto e della laicità, assistiamo alla scomparsa di parole come “religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità”. Al loro posto compaiono il “riconoscimento delle differenze individuali, di genere e culturali” e la promozione della “inclusività”.
Affrontando invece sul piano procedurale le gravi carenze del processo che ha visto la nascita ed “imposizione” del nuovo Codice degli psicologi alla comunità professionale tutta, si può sostenere con certezza che esso sia stato varato dopo un percorso assai
poco partecipato e clamorosamente interno alle Istituzioni di rappresentanza, senza possibilità alcuna per la comunità di partecipare a tale processo revisionale.
Ricordiamo che il Comitato Nazionale Psicologi ha presentato ben due domande formali di accesso agli atti in quella circostanza.
I fatti ultimi e siamo giunti ai giorni nostri: il Codice è stato revisionato nel 2023 e sottoposto a referendum nel 2024 ed infine approvato con un pugno di voti in più. Tuttavia, grazie all’impegno di 12 colleghi coraggiosi e tenaci che si sono assunti l’onere di fare ricorso contro le illegittime modifiche al codice sia procedurali che contenutistiche, e ai quali siamo profondamente grati, esso è stato portato in ricorso prima al Tar ed in seguito da sette di essi al Consiglio di Stato. Infine proprio il 24 dicembre del 2024, alla vigilia di Natale, siamo giunti all’epilogo della vicenda: il Consiglio di Stato ha accolto ricorso, annullando il referendum!
Il vento sta cambiando
In quelle circostanze la sottoscritta era presente in rappresentanza del Comitato Nazionale Psicologi, sia presso la sede del Tar che in quella del Consiglio di Stato, per il dovuto il sostegno ai colleghi e solidale nella battaglia che ci accomunava, battaglia che ciascuno ha portato avanti con i suoi mezzi e il suo specifico campo di azione. Aggiungo che ero anche curiosa di guardare dritto negli occhi la bieca declinazione del potere nel suo sfoggio di arroganza: gli avvocati e i rappresentanti del CNOP.
L’AZIONE CULTURALE SVOLTA DAL COMITATO NAZIONALE PSICOLOGI
In relazione allo specifico capo d’intervento privilegiato dal Comitato, testimoniata peraltro nello statuto e nell’atto costitutivo (scaricabili dal sito www.comitatonazionalepsicologi.it) ci sembra importante, a questo punto del discorso, spiegare da quale convinzione profonda esso sia supportato. Riteniamo fermamente che non sia solo necessaria una battaglia sul piano legale per salvare il futuro della Psicologia ma soprattutto sia importante svolgere un’attività critica costante. A questo scopo promuoviamo un’azione culturale d’informazione, sensibilizzazione e dibattito presso la rappresentanza istituzionale, il CNOP e le varie congreghe politiche, ma soprattutto nei riguardi dei colleghi ignari e dormienti che avallano con il loro silenzio il maligno corso intrapreso dalla nostra professione. In pandemia, su questa stessa convinzione abbiamo basato anche la battaglia in sostegno ai familiari delle vittime del Covid (“La morte negata” nasce proprio da un progetto del Comitato Nazionale Psicologi) ed ai
danneggiati da vaccino, cha abbiamo seguito e seguiamo gratuitamente. Ricordiamo infine il nostro impegno a favore dei minori nella lotta all’approccio affermativo, all’ideologia gender e alla diffusione della cultura woke.
In una parola abbiamo scelto l’azione culturale in senso lato come antidoto alla feroce manipolazione dalle menti messa in atto nei nostri tempi da coloro i quali hanno tutto l’interesse a sopprimere pensiero, libertà e creatività evolutiva nel futuro dell’umanità.
Ancora di recente il Comitato ha promulgato un atto di diffida nei confronti del CNOP, diffuso ovunque (https://www.comitatonazionalepsicologi.it/il-comitato-nazionale- psicologi-sfiducia-il-cnop/). Sin dal 2022 il Comitato Nazionale Psicologi ha cercato di fornire il suo contributo, tentando in tutti i modi di interagire con il CNOP anche con le due summenzionate domande di accesso agli atti senza nessun riscontro utile, per offrire la sua partecipazione attiva alla formulazione delle modifiche al Codice stesso. Sempre bellamente ignorati. Abbiamo perfino ospitato in una serata critica l’epistemologo Catello Parmentola promuovendo un confronto costruttivo con uno degli autori più importanti coinvolto nelle modifiche del Codice. È stato proprio in quella circostanza che abbiamo appreso dell’esistenza di un metacodice sovranazionale (le cui linee guida sono state traslate nella premessa etica del codice revisionato) e di un’associazione europea raggruppante enti e associazioni dell’area psicologica (EFPA) di cui, senza che se ne fosse dato contezza, anche noi iscritti all’Ordine degli Psicologi italiano facevamo parte (https://comitatonazionalepsicologi.it/dal-metacodice-al-codice-revisionato-379/). A memoria storica è bene ricordare il comportamento senza scrupoli promosso dal CNOP il quale ha sfruttato l’ingente numero d’iscritti, “usandoli” ancora una volta a loro insaputa, per potersi iscrivere all’EFPA. Infatti è necessario un consistente “portafoglio” d’iscritti per poter accedere a tale iscrizione.
Rimandiamo al sito del Comitato per avere informazioni più dettagliate su tutta la documentata attività svolta. In particolare l’articolo “Lo Psicologo di Stato” ha denunciato anzitempo la pericolosa deriva intrapresa dalla Psicologia ufficiale (https://comitatonazionalepsicologi.it/lo-psicologo-di-stato/ ).
Conclusioni: cosa ha da dire la Psicologia sul significato di questi ultimi eventi?
Siamo psicologi e dobbiamo misurarci con la decodifica delle vicende e la ricerca di senso nell’interpretazione dei fatti, ecco quindi alcune riflessioni metodologiche.
La professione dello psicologo, nella sua applicazione, presenta notevoli criticità
intrinseche alla sua stessa specificità. In Italia, la regolamentazione è avvenuta tardivamente rispetto agli altri paesi occidentali con tutte le complicazioni e le conflittualità conseguenti al ritardo di tale concretizzazione (Legge N. 56/89 febbraio 1989). In primis la difficile e conflittuale delimitazione del territorio della psicologia rispetto a quello della medicina e della psichiatria, questione a tutt’oggi endemicamente sospesa e solo in parte malamente affrontata e di cui abbiamo visto i frutti perversi quando la psicologia è diventata professione sanitaria con la legge Lorenzin del 2017 ed ha iniziato ad appiattire la sua matrice umanistica e filosofica sul paradigma medico e scientista. In pandemia abbiamo potuto assistere all’apice di tale deriva.
In secundis, è bene spendere qualche riflessione metodologica più specifica: l’incrocio tra la dimensione della riflessione etica generale, quella pertinente al sistema giuridico nazionale che fa da cornice complessiva ad ogni agire sociale e quella infine dell’operatività psicologica, comporta una complessità da districare che si evidenzia sia nella teoria della tecnica che dell’agire pratico dello psicologo. Questo stato dell’arte comporta più spesso di quanto non si pensi l’emergere di conflittualità franche nell’intersezione tra i tre campi summenzionati, contrasti che non affronteremo in questa sede poiché esulano dalle finalità specifiche di questo articolo ma che con la revisione del Codice proposta sono emersi in evidenza. Si cita solo, a mero titolo esemplificativo, l’articolo 41 del Codice deontologico (https://comitatonazionalepsicologi.it/ce-codice-e-codice-i-parte/; https://comitatonazionalepsicologi.it/ce-codice-e-codice-ii-parte-366/ ) la cui applicazione spesso entra in contrasto con la cornice più ampia delle fonti giuridiche.
Viene spesso affermato che il Codice deontologico degli psicologi è l’ultima ruota del carro nella gerarchia delle fonti giuridiche, ma lo è davvero? Sappiamo tutti come non tutto ciò che è legale sia giusto (Cicerone, diritto romano), pandemia docet e che, in definitiva, è il singolo psicologo a dover integrare le differenti dimensioni implicate nel teatro dell’agire professionale e a doversi assumere l’onere della risoluzione dei dilemmi morali che affronta in tale contesto. Oggi possiamo dire con certezza che lo psicologo è chiamato ad assumersi la responsabilità morale di ciò che la psicologia effettivamente rappresenta per la società tutta. Il Consiglio di stato ha dato ragione ai ricorrenti proprio riguardo all’illecita esclusione della premessa etica dalla votazione al referendum. Questo è il fatto centrale di cui (e non solo il CNOP) dobbiamo prendere consapevolezza profonda. Tuttavia siamo solo all’inizio, si è vinta una battaglia significativa ma non la guerra e c’è ancora molto da fare. Pensiamo ai minori, pensiamo agli incapaci, pensiamo al diritto alla libertà di cura e a quello all’auto-determinazione, pensiamo infine alle dimensioni umanistiche, filosofiche e spirituali che la nuova Psicologia “di
rappresentanza” sta ignobilmente squalificando. Pensiamo al selvaggio avvento del digitale nella nostra professione e a tutti quelli che sono alla deriva per il dolore psicologico che stanno attraversando e che chiedono il nostro aiuto, soprattutto gli adolescenti ed infine i bambini. In questi nuovi modelli così fortemente connotati da scientismo e digitalizzazione, che spazio possono trovare le loro istanze?
Dunque, la Psicologia e i professionisti che la esercitano hanno un importante “terreno” da coltivare se vogliono esercitare la psicologia stessa con integrità morale. Ricordiamo che durante la pandemia, quelli di noi che hanno deciso di assumere una funzione critica e che hanno valutato scelte di coscienza non allineate con l’agire giuridico e le indicazioni sanitarie dominanti, hanno dovuto porsi in netto contrasto con la cornice giuridica e la linea politica assunte dal paese. La questione di cosa fosse il “bene maggiore” diventò una discriminante assai dolorosa per chi non si riconobbe nella posizione ufficiale sostenuta dai vertici politici, religiosi e istituzionali della nazione. Disubbidire e seguire la propria coscienza ha fatto la differenza ed ha aperto nel tessuto sociale uno squarcio che sanguina ancora oggi; ma proprio oggi, siamo ancor più profondamente convinti che non esista possibilità alcuna di cura, che la Psicologia possa offrire alla società, senza libertà e integrità morale.
Mi piace concludere con le parole profonde e vere che Don Emanuele Personeni ha dedicato alla Psicologia italiana dalla premessa del testo “Libertà e Psiche. Ricordi, riflessioni e prospettive. Quattro psicologi raccontano”:
“Purtroppo, hanno mostrato come le conoscenze seguite allo sviluppo delle scienze umane sono state utilizzate senza scrupolo anche dalle istituzioni per manipolare l’uomo, le sue paure, i suoi sensi di colpa, le sue emozioni. L’Ordine degli Psicologi, non meno di tutte le altre categorie professionali che strutturano la nostra società, è stato messo alla prova in questo frangente. Si trattava di decidere se tutelare l’inviolabilità sacra della psyche umana o le direttive dello stato. Le due cose non dovrebbero entrare in collisione, soprattutto se il sistema politico nel quale viviamo è, dal punto di vista formale, ancora un sistema democratico. E invece le due cose sono entrate in collisione. E anche l’ordine degli psicologi ha conosciuto i suoi cedimenti”. (Libertà e Psiche, ricordi, riflessioni e prospettive. Quattro psicologi raccontano, pag.13).
SITOGRAFIA
www.comitatonazionalepsicologi.it

